In una frase: investire in asili nido, congedi pagati e casa per i giovani — le tre leve con l'evidenza più solida — invece che in bonus una tantum dall'effetto debole o transitorio.
"La Repubblica agevola con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia e l'adempimento dei compiti relativi, con particolare riguardo alle famiglie numerose. Protegge la maternità, l'infanzia e la gioventù, favorendo gli istituti necessari a tale scopo." — Costituzione della Repubblica Italiana, art. 31 (in vigore dal 1° gennaio 1948)
Nel 2025 in Italia sono nati 355mila bambini, il 3,9% in meno rispetto al 2024. Il numero medio di figli per donna è sceso a 1,14, contro l'1,18 dell'anno precedente: il valore più basso mai registrato nella serie storica. La popolazione residente resta sostanzialmente stabile, poco sotto i 59 milioni, ma solo grazie al saldo migratorio (+296mila nel 2025): il saldo naturale — nascite meno decessi — è ampiamente negativo (-296mila circa, peggiore del -283mila del 2024). Senza l'immigrazione, la popolazione italiana starebbe già calando (il ruolo demografico ed economico dell'immigrazione è approfondito nel tema 05 — Immigrazione).
Il divario territoriale è ampio: sempre nel 2025 la Sardegna è sotto un figlio per donna (0,85) per il sesto anno consecutivo, seguita da Molise (1,02) e Lazio (1,05); il Trentino-Alto Adige, con 1,40, resta la regione più feconda. L'età media al parto è salita a 32,7 anni, massima al Centro Italia (33,1). Nel confronto europeo, sui dati 2024 (ultimo anno omogeneo disponibile), l'Italia — 1,18 in quell'anno — resta sotto Germania (1,36), Svezia (1,43) e Francia (1,61), e sostanzialmente allineata alla Spagna (1,10). Ma il confronto con la Francia mostra un effetto spesso trascurato nel dibattito pubblico: se l'Italia avesse avuto la fecondità francese del 2024, i nati sarebbero stati circa mezzo milione anziché i 370mila realmente registrati in quell'anno — l'ordine di grandezza è solido (tra 490mila e 505mila), la cifra puntuale dipende dal metodo di calcolo, riscalo proporzionale o tassi di fecondità specifici per età — comunque molto meno dei 664mila nati in Francia, perché in Italia le donne in età fertile sono strutturalmente meno numerose. È un effetto demografico che nessuna politica familiare può correggere nel breve periodo. L'Inapp arriva alla stessa conclusione da un'altra angolazione: nei suoi scenari, nemmeno un aumento della fecondità basterebbe da solo a invertire il calo delle nascite nei prossimi decenni, perché pesa già la riduzione strutturale del numero di donne in età feconda, effetto ereditato dalla denatalità degli anni passati. L'Italia è il primo paese al mondo ad aver visto, già nella prima metà degli anni '90, gli ultra65enni superare gli under 15 in numero.
C'è un dato che smonta la lettura culturale del calo delle nascite, quella per cui gli italiani semplicemente non vorrebbero più figli. Secondo il dossier della Fondazione per la Natalità realizzato con Istat e presentato nel luglio 2026, il 62% delle persone in età fertile che non avrà altri figli dichiara di aver rinunciato per ostacoli economici, lavorativi o sociali — circa tre milioni di persone — mentre solo il 5,5% afferma che la genitorialità non rientra nel proprio progetto di vita. Il 49% delle donne teme conseguenze sulla carriera. E se le intenzioni di fecondità dichiarate dalle donne italiane si fossero realizzate, nel 2025 sarebbero nati circa 760mila bambini invece di 355mila: più del doppio.
Quel 760mila va letto per quello che è, e non è in contraddizione con i numeri del paragrafo precedente: sono due controfattuali diversi. Applicare all'Italia la fecondità effettiva della Francia porta a circa mezzo milione di nati; applicare le intenzioni dichiarate dalle italiane porta a 760mila, perché il numero di figli che le persone desiderano è più alto di quello che qualunque paese europeo realizza davvero. Il dossier stesso ammette del resto che nemmeno 760mila nascite basterebbero a raggiungere il tasso di sostituzione. Il punto non è quindi la cifra: è che tra desiderio e realtà si apre un divario di oltre 400mila bambini l'anno, e quel divario è fatto di case che costano troppo, contratti a termine e servizi che non ci sono — cioè di variabili su cui una politica pubblica può agire, a differenza del numero di donne in età fertile.
Non è un fenomeno solo italiano, né recente. La fecondità media OCSE è scesa da 3,3 figli per donna nel 1960 a 1,5 nel 2022, ma l'Italia — insieme alla Spagna — ha il valore più basso tra i paesi OCSE (1,2 nel 2022). Quasi una donna italiana su quattro nata nel 1975 (23%) arriva a fine dell'età fertile senza figli, una quota raddoppiata rispetto alla generazione nata nel 1935 e tra le più alte nei paesi OCSE insieme a Spagna e Giappone. La letteratura accademica segnala inoltre che in Italia, soprattutto nelle regioni meridionali, il lavoro femminile resta più in tensione con la genitorialità che in paesi come Danimarca e Norvegia, dove i modelli familiari a doppio reddito sono da tempo la norma.
Il quadro familiare italiano è cambiato anche a prescindere dalla fecondità: le coppie con figli sono scese dal 41,4% delle famiglie (2003-2005) al 28,4% di oggi; le famiglie unipersonali sono passate dal 25,9% al 37,1%, diventando il tipo di famiglia più diffuso nel paese. Sono aumentate anche le famiglie monogenitoriali, soprattutto madri sole (8,6% del totale).
L'analisi OCSE su un panel di 19 paesi (2002-2019) mostra che le leve con l'associazione più solida e statisticamente significativa con la fecondità sono la spesa per congedi parentali pagati e l'investimento pubblico nei servizi per la prima infanzia (asili nido, 0-2 anni), seguite — con un'associazione più debole — dagli assegni familiari. Il solo tasso di iscrizione ai nidi, se non accompagnato da investimento adeguato, e il congedo riservato specificamente ai padri non mostrano invece, nello stesso modello, un effetto significativo. Su questa base, proponiamo che le risorse pubbliche italiane per le famiglie si concentrino su tre leve:
Asili nido e servizi 0-2 anni. Espansione dell'offerta pubblica fino a coprire la domanda reale, con priorità ai territori dove la copertura è più bassa — oggi mancano insegnanti ed educatori in più regioni (circa 1.500 posti scoperti nella sola Lombardia, secondo dati di settore), un vincolo di personale prima ancora che di strutture.
Congedo parentale pagato a tasso di sostituzione adeguato. Oggi l'80% copre al massimo tre mesi, ripartibili tra i due genitori; per i mesi successivi l'indennità ordinaria scende al 30%, e oltre il primo trimestre il congedo diventa un lusso per una famiglia con due stipendi. Non solo esteso in durata, quindi, ma con un'indennità che non penalizzi economicamente chi lo prende, condiviso tra i due genitori.
Politiche abitative per l'autonomia dei giovani. Mutui e affitti agevolati per chi ha meno di 35 anni: il costo della casa ha un effetto negativo e statisticamente significativo sulla fecondità in tutti i paesi OCSE analizzati, e l'Italia è tra i paesi con la quota più alta e crescente di giovani adulti che restano nella casa dei genitori (sul lato dell'offerta abitativa, vedi anche il tema 03 — Limite alla concentrazione immobiliare). L'Ungheria, pur con un modello complessivo controverso (vedi sotto), ha mostrato un effetto positivo specifico del sostegno alla proprietà della casa per le famiglie con figli.
L'evidenza internazionale sui trasferimenti monetari una tantum è più debole. Il programma polacco "500+" (poi "800+") ha ridotto la povertà minorile ma non ha alzato la fecondità; in alcuni cantoni svizzeri, assegni alla nascita hanno avuto un effetto positivo ma transitorio, presto riassorbito; in Spagna un assegno universale ha alzato la fecondità del 3% quando è stato introdotto, ma la sua cancellazione nel 2010 ha prodotto un calo del 6% — più ampio del guadagno iniziale. L'Ungheria ha portato la spesa per le famiglie sopra il 3% del PIL, tra le più alte in Europa, e ha effettivamente riportato la fecondità intorno alla media OCSE (circa 1,5 figli per donna); ma il sostegno è indirizzato soprattutto a chi ha un impiego formale, escludendo di fatto le famiglie più povere e le famiglie rom con tre o più figli.
La manovra 2026 del governo italiano stanzia 1,6 miliardi di euro su natalità e famiglia, in gran parte sotto forma di bonus (l'assegno per le madri lavoratrici sale da 40 a 60 euro al mese; la franchigia sulla prima casa nel calcolo ISEE viene alzata — vedi più sotto). Sono misure reali, ma secondo la demografa Alessandra Minello (Università di Padova) il beneficio netto per una lavoratrice con reddito sotto i 40.000 euro è di circa 700 euro l'anno — una cifra che agisce, nelle sue parole, "non [come] un incentivo alla natalità, ma [come] una sorta di premio a chi questi figli ha già avuti". Lo segnaliamo non per liquidare la misura, ma perché la letteratura OCSE conferma che i trasferimenti monetari isolati hanno un effetto sulla fecondità debole o solo transitorio, rispetto a un investimento strutturale nei servizi.
Tutto quello che propone questa pagina passa da un solo strumento: nido, mensa, assegno unico, tasse universitarie dipendono dall'ISEE. E le soglie sono tarate su una povertà stretta. Una famiglia con due redditi medi e una casa pagata è troppo ricca per le agevolazioni e troppo povera per pagare i servizi a prezzo pieno: è la condizione ordinaria di chi sta crescendo figli adesso.
Il meccanismo si vede col mutuo. Dal valore della casa si sottrae la quota ancora da rimborsare, così chi ha finito di pagare risulta più ricco di chi sta pagando la stessa casa. Lo Stato misura il debito residuo, non la ricchezza disponibile: basta possedere poco e non avere debiti per restare fuori da tutto.
Tre correzioni. Soglie più alte e senza gradini, perché oggi un euro in più fa perdere l'intero beneficio invece di ridurlo. Un solo ISEE per tutte le prestazioni: la legge di bilancio 2026 ha alzato la franchigia sulla prima casa da 52.500 a 91.500 euro, ma solo per cinque misure, e la stessa famiglia si ritrova con due indicatori diversi. La casa in cui si vive contata come un tetto, non come un investimento. Il costo va detto: allargare la platea è spesa in più, non redistribuzione a saldo zero, e quanto valga non lo sappiamo ancora — la copertura è quella delle proposte fiscali degli altri temi.
I dati su desideri e rinunce: 62% di chi non avrà altri figli rinuncia per ostacoli economici, lavorativi o sociali (circa tre milioni di persone), 5,5% per scelta, 49% delle donne teme conseguenze sulla carriera, e circa 760mila nati se le intenzioni dichiarate si fossero realizzate.
Senza bollo: le cifre sono riprese dalla copertura giornalistica della presentazione, non dal dossier originale, che non abbiamo ancora reperito in forma pubblica. Se il documento è disponibile, questa card va aggiornata e verificata.
L'analisi econometrica su 19 paesi OCSE (2002-2019) alla base delle stime citate sopra su congedi, asili nido e assegni familiari.
→ oecd.org/fertility-employment-and-family-policyCoordinato da Gian Carlo Blangiardo (già presidente Istat), con contributi di Francesco Billari (rettore Università Bocconi) e altri. Conferma da fonte indipendente l'effetto strutturale della piramide demografica sulle nascite, citato anche nella puntata Revolution del 31/12/2025 sulla spesa sanitaria e l'invecchiamento.
→ inapp.gov.it/comunicati-stampa/29-05-2025Con la demografa Alessandra Minello (Università di Padova, autrice di "Senza figli") e, nella seconda puntata, con il contributo dell'economista Jesús Fernández-Villaverde (Università della Pennsylvania). Fonte giornalistica di commento e intervista, non un dato primario: le citazioni dirette riportate in questa pagina sono attribuite ai singoli ospiti.
→ pagina del programma su SpotifyConferma che i mesi coperti all'80% sono al massimo tre, ripartibili tra i genitori o fruibili da uno solo, per i figli il cui congedo obbligatorio è terminato dopo il 31 dicembre 2024 (erano due dal 2024 e uno dal 2023). Il documento riguarda i mesi maggiorati: l'indennità del 30% per i mesi successivi resta quella ordinaria del testo unico sulla maternità e paternità.
→ inps.it — schema dei mesi indennizzabili all'80% (PDF)La franchigia sull'abitazione principale sale da 52.500 a 91.500 euro, elevata a 120.000 per i nuclei residenti nei capoluoghi delle città metropolitane, con un incremento di 2.500 euro per figlio convivente. La nuova regola si applica a un elenco chiuso di cinque prestazioni — assegno di inclusione, supporto per la formazione e il lavoro, assegno unico e universale, bonus asilo nido, bonus nuovi nati — mentre per le altre continua ad applicarsi il calcolo precedente. Attuazione con decreto del Ministero del Lavoro n. 3 del 2 marzo 2026 e messaggio INPS n. 799 del 6 marzo 2026. La sottrazione della quota capitale residua del mutuo dal valore dell'immobile resta invariata.
→ temi.camera.it — le novità sull'ISEE nella legge di bilancio 2026In sintesi: non proponiamo un obiettivo demografico né un ritorno a modelli familiari del passato. Proponiamo di investire dove l'evidenza OCSE mostra un'associazione più solida con la fecondità — asili nido, congedi parentali pagati, casa per i giovani — invece che in bonus una tantum dall'effetto debole o transitorio. E diciamo apertamente il suo limite più serio: nessuna politica, per quanto ben fatta, ha mai riportato la fecondità di un paese OCSE al livello di sostituzione. L'obiettivo realistico non è invertire un trend demografico globale, ma permettere a chi vuole avere figli di poterlo fare.
Temi correlati: 03 — Limite alla concentrazione immobiliare · 05 — Immigrazione: regole, rimpatri e canali legali
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