In una frase: investire in asili nido, congedi pagati e casa per i giovani — le tre leve con l'evidenza più solida — invece che in bonus una tantum dall'effetto debole o transitorio.
Nel 2025 in Italia sono nati 355mila bambini, il 3,9% in meno rispetto al 2024. Il numero medio di figli per donna è sceso a 1,14, contro l'1,18 dell'anno precedente: il valore più basso mai registrato nella serie storica. La popolazione residente resta sostanzialmente stabile, poco sotto i 59 milioni, ma solo grazie al saldo migratorio (+296mila nel 2025): il saldo naturale — nascite meno decessi — è ampiamente negativo (-296mila circa, peggiore del -283mila del 2024). Senza l'immigrazione, la popolazione italiana starebbe già calando (il ruolo demografico ed economico dell'immigrazione è approfondito nel tema 05 — Immigrazione).
Il divario territoriale è ampio: la Sardegna è sotto un figlio per donna (0,85) per il sesto anno consecutivo, seguita da Molise (1,02) e Lazio (1,05); il Trentino-Alto Adige, con 1,40, resta la regione più feconda. L'età media al parto è salita a 32,7 anni, massima al Centro Italia (33,1). Nel confronto europeo l'Italia è oggi sotto Germania (1,36 nel 2024), Spagna (1,10, quasi allineata), Francia (1,61) e Svezia (1,43). Ma il confronto con la Francia mostra un effetto spesso trascurato nel dibattito pubblico: se l'Italia avesse avuto la fecondità francese del 2024, i nati sarebbero stati circa 494mila anziché i 370mila realmente registrati — comunque molto meno dei 664mila nati in Francia, perché in Italia le donne in età fertile sono strutturalmente meno numerose. È un effetto demografico che nessuna politica familiare può correggere nel breve periodo. L'Inapp arriva alla stessa conclusione da un'altra angolazione: nei suoi scenari, nemmeno un aumento della fecondità basterebbe da solo a invertire il calo delle nascite nei prossimi decenni, perché pesa già la riduzione strutturale del numero di donne in età feconda, effetto ereditato dalla denatalità degli anni passati. L'Italia è il primo paese al mondo ad aver visto, già nella prima metà degli anni '90, gli ultra65enni superare gli under 15 in numero.
Non è un fenomeno solo italiano, né recente. La fecondità media OCSE è scesa da 3,3 figli per donna nel 1960 a 1,5 nel 2022, ma l'Italia — insieme alla Spagna — ha il valore più basso tra i paesi OCSE (1,2 nel 2022). Quasi una donna italiana su quattro nata nel 1975 (23%) arriva a fine dell'età fertile senza figli, una quota raddoppiata rispetto alla generazione nata nel 1935 e tra le più alte nei paesi OCSE insieme a Spagna e Giappone. La letteratura accademica segnala inoltre che in Italia, soprattutto nelle regioni meridionali, il lavoro femminile resta più in tensione con la genitorialità che in paesi come Danimarca e Norvegia, dove i modelli familiari a doppio reddito sono da tempo la norma.
Il quadro familiare italiano è cambiato anche a prescindere dalla fecondità: le coppie con figli sono scese dal 41,4% delle famiglie (2003-2005) al 28,4% di oggi; le famiglie unipersonali sono passate dal 25,9% al 37,1%, diventando il tipo di famiglia più diffuso nel paese. Sono aumentate anche le famiglie monogenitoriali, soprattutto madri sole (8,6% del totale).
L'analisi OCSE su un panel di 19 paesi (2002-2019) mostra che le leve con l'associazione più solida e statisticamente significativa con la fecondità sono la spesa per congedi parentali pagati e l'investimento pubblico nei servizi per la prima infanzia (asili nido, 0-2 anni), seguite — con un'associazione più debole — dagli assegni familiari. Il solo tasso di iscrizione ai nidi, se non accompagnato da investimento adeguato, e il congedo riservato specificamente ai padri non mostrano invece, nello stesso modello, un effetto significativo. Su questa base, proponiamo che le risorse pubbliche italiane per le famiglie si concentrino su tre leve:
Asili nido e servizi 0-2 anni. Espansione dell'offerta pubblica fino a coprire la domanda reale, con priorità ai territori dove la copertura è più bassa — oggi mancano insegnanti ed educatori in più regioni (circa 1.500 posti scoperti nella sola Lombardia, secondo dati di settore), un vincolo di personale prima ancora che di strutture.
Congedo parentale pagato a tasso di sostituzione adeguato. Non solo esteso in durata, ma con un'indennità che non penalizzi economicamente chi lo prende, condiviso tra i due genitori.
Politiche abitative per l'autonomia dei giovani. Mutui e affitti agevolati per chi ha meno di 35 anni: il costo della casa ha un effetto negativo e statisticamente significativo sulla fecondità in tutti i paesi OCSE analizzati, e l'Italia è tra i paesi con la quota più alta e crescente di giovani adulti che restano nella casa dei genitori (sul lato dell'offerta abitativa, vedi anche il tema 03 — Limite alla concentrazione immobiliare). L'Ungheria, pur con un modello complessivo controverso (vedi sotto), ha mostrato un effetto positivo specifico del sostegno alla proprietà della casa per le famiglie con figli.
L'evidenza internazionale sui trasferimenti monetari una tantum è più debole. Il programma polacco "500+" (poi "800+") ha ridotto la povertà minorile ma non ha alzato la fecondità; in alcuni cantoni svizzeri, assegni alla nascita hanno avuto un effetto positivo ma transitorio, presto riassorbito; in Spagna un assegno universale ha alzato la fecondità del 3% quando è stato introdotto, ma la sua cancellazione nel 2010 ha prodotto un calo del 6% — più ampio del guadagno iniziale. L'Ungheria ha portato la spesa per le famiglie sopra il 3% del PIL, tra le più alte in Europa, e ha effettivamente riportato la fecondità intorno alla media OCSE (circa 1,5 figli per donna); ma il sostegno è indirizzato soprattutto a chi ha un impiego formale, escludendo di fatto le famiglie più povere e le famiglie rom con tre o più figli.
La manovra 2026 del governo italiano stanzia 1,6 miliardi di euro su natalità e famiglia, in gran parte sotto forma di bonus (l'assegno per le madri lavoratrici sale da 40 a 60 euro al mese; la prima casa viene esclusa dal calcolo ISEE). Sono misure reali, ma secondo la demografa Alessandra Minello (Università di Padova) il beneficio netto per una lavoratrice con reddito sotto i 40.000 euro è di circa 700 euro l'anno — una cifra che agisce, nelle sue parole, "non [come] un incentivo alla natalità, ma [come] una sorta di premio a chi questi figli ha già avuti". Lo segnaliamo non per liquidare la misura, ma perché la letteratura OCSE conferma che i trasferimenti monetari isolati hanno un effetto sulla fecondità debole o solo transitorio, rispetto a un investimento strutturale nei servizi.
L'analisi econometrica su 19 paesi OCSE (2002-2019) alla base delle stime citate sopra su congedi, asili nido e assegni familiari.
→ oecd.org/fertility-employment-and-family-policyCoordinato da Gian Carlo Blangiardo (già presidente Istat), con contributi di Francesco Billari (rettore Università Bocconi) e altri. Conferma da fonte indipendente l'effetto strutturale della piramide demografica sulle nascite, citato anche nella puntata Revolution del 31/12/2025 sulla spesa sanitaria e l'invecchiamento.
→ inapp.gov.it/comunicati-stampa/29-05-2025Con la demografa Alessandra Minello (Università di Padova, autrice di "Senza figli") e, nella seconda puntata, con il contributo dell'economista Jesús Fernández-Villaverde (Università della Pennsylvania). Fonte giornalistica di commento e intervista, non un dato primario: le citazioni dirette riportate in questa pagina sono attribuite ai singoli ospiti.
→ pagina del programma su SpotifyIn sintesi: non proponiamo un obiettivo demografico né un ritorno a modelli familiari del passato. Proponiamo di investire dove l'evidenza OCSE mostra un'associazione più solida con la fecondità — asili nido, congedi parentali pagati, casa per i giovani — invece che in bonus una tantum dall'effetto debole o transitorio. E diciamo apertamente il suo limite più serio: nessuna politica, per quanto ben fatta, ha mai riportato la fecondità di un paese OCSE al livello di sostituzione. L'obiettivo realistico non è invertire un trend demografico globale, ma permettere a chi vuole avere figli di poterlo fare.
Temi correlati: 03 — Limite alla concentrazione immobiliare · 05 — Immigrazione: canali legali
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