In una frase: un'imposta minima del 2% l'anno, solo sopra i 50 milioni di euro e solo per chi oggi versa sistematicamente meno — con le obiezioni serie dichiarate apertamente.
Il World Inequality Lab documenta una crescita sostenuta della quota di ricchezza detenuta dall'1% più ricco a livello globale nell'ultimo trentennio. In Italia, i Conti distributivi di Banca d'Italia confermano il fenomeno su base nazionale: il 10% delle famiglie più abbienti detiene il 60,6% della ricchezza netta totale, mentre il 50% meno ricco possiede appena il 7,2%. L'indice di Gini, che misura la disuguaglianza, è salito da 71,5 (2024) a 72,2 (2025) — la concentrazione è in aumento, non stabile.
Guardando alla fascia più alta della distribuzione, il dato è ancora più netto: il 5% delle famiglie più ricche possiede oggi il 50,3% della ricchezza netta nazionale, contro il 46% del 2022 — un salto di quattro punti in tre anni. A livello globale, il rapporto commissionato dalla presidenza brasiliana del G20 all'economista Gabriel Zucman (giugno 2024) stima che i miliardari versano oggi in media l'equivalente dello 0,3% del proprio patrimonio in tasse ogni anno, a fronte di un rendimento reale medio del 7,5% annuo negli ultimi quattro decenni — un divario che nessun sistema fiscale, per quanto progressivo sulla carta, riesce oggi a colmare.
In Italia il problema ha una faccia specifica: il sistema fiscale ha smesso da tempo di essere progressivo ai livelli più alti della distribuzione. Le rendite finanziarie sono tassate al 26% (12,5% sui titoli di Stato), le locazioni al 21-26% con cedolare secca, mentre i redditi da lavoro dipendente arrivano ad aliquote marginali che superano il 60% già a 32.000 euro se si contano le addizionali locali. Il governo ha inoltre esteso più volte la flat tax sui redditi esteri per i nuovi residenti facoltosi, portandola da 100.000 a 300.000 euro l'anno — un regime pensato per attrarre grandi patrimoni stranieri, non per tassarli. L'imposta di successione italiana genera un gettito inferiore allo 0,1% del PIL, contro circa lo 0,3% di Francia, Germania e Spagna: la trasmissione della ricchezza tra generazioni è oggi, in pratica, quasi esente da imposta.
Applicata solo alla componente di patrimonio che eccede la soglia, con meccanismi di valutazione standardizzati per asset illiquidi e cooperazione internazionale per evitare l'elusione tramite trasferimento di residenza fiscale.
Nel dettaglio, non è un'aliquota fissa su tutto il patrimonio, ma un meccanismo di "top-up": chi paga già, tra imposte sul reddito e sul patrimonio, l'equivalente del 2% del proprio patrimonio l'anno non deve nulla in più. L'imposta si applica solo alla differenza, per chi oggi versa sistematicamente meno. È il modello proposto da Zucman per i miliardari a livello G20 e discusso in Francia nel 2025 come taxe Zucman (soglia 100 milioni di euro, aliquota 2%, circa 1.800 contribuenti, gettito stimato fino a 20 miliardi di euro l'anno) — arrivata a un voto parlamentare all'Assemblea Nazionale francese (approvata alla Camera, respinta al Senato nel 2025).
In Italia il dibattito politico è già aperto: la proposta di legge di iniziativa popolare "1% Equo", depositata il 7 maggio 2026, prevede aliquote progressive dall'1% (patrimoni tra 2 e 5 milioni) al 3,5% (oltre 20 milioni), con gettito stimato tra 26 e 60 miliardi l'anno, vincolato a sanità, istruzione, casa, lavoro e transizione ecologica. La CGIL di Maurizio Landini propone invece un contributo di solidarietà dell'1,3% sui patrimoni netti sopra i 2 milioni. Sono numeri politici, non stime indipendenti verificate — vanno citati come tali, non come dati certi.
La differenza tecnica con le patrimoniali "classiche" è decisiva. L'imposta di solidarietà sulle fortune francese (ISF), introdotta nel 2011 con soglia a 790.000 euro e aliquota fino all'1,5%, era così piena di scappatoie ed esenzioni settoriali da generare meno di 3 miliardi di euro l'anno — un fallimento spesso citato per screditare ogni patrimoniale, ma che riflette un disegno debole, non l'impossibilità della misura. La taxe Zucman punta a una base imponibile molto più ristretta (poche migliaia di contribuenti nel mondo) ma senza le eccezioni che avevano svuotato l'ISF, con un'aliquota ancorata al patrimonio complessivo, non al singolo strumento finanziario.
Resta un nodo tecnico reale: cosa succede quando il patrimonio non è liquido? Il caso più citato nel dibattito francese è quello di Mistral AI, che non genera ancora profitti: i suoi azionisti non avrebbero contante per pagare un'imposta sul valore (teorico) delle proprie quote. La soluzione proposta è il pagamento in natura — cedere allo Stato una piccola quota azionaria equivalente — che evita problemi di liquidità ai fondatori e trasforma lo Stato in azionista di minoranza di imprese che potrebbero valere di più in futuro.
Sul piano costituzionale, un'imposta minima sui patrimoni sopra una soglia molto alta non è un'eccezione al sistema, ma un'applicazione diretta di principi già scritti in Costituzione. L'art. 53 impone che tutti concorrano alle spese pubbliche "in ragione della loro capacità contributiva", in un sistema tributario "informato a criteri di progressività". Un'imposta che colpisce solo chi oggi versa sistematicamente meno rispetto al proprio patrimonio non è quindi un'innovazione: è un correttivo a una progressività già prevista, ma oggi disattesa ai livelli più alti della distribuzione. L'art. 3, secondo comma, affida alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli economici e sociali che limitano di fatto l'uguaglianza e la "effettiva partecipazione" di ogni persona alla vita del paese — e lo stesso art. 42 subordina la proprietà privata a limiti che ne assicurino "la funzione sociale". La Corte Costituzionale, del resto, ha già chiarito che è la garanzia dei diritti fondamentali a dover incidere sul bilancio pubblico, "e non l'equilibrio di questo a condizionarne la doverosa erogazione" (sent. n. 275/2016). I dettami della Costituzione tolgono quindi terreno all'idea che una patrimoniale sui grandi patrimoni sia un'eccezione da giustificare: è, piuttosto, una possibilità già prevista dalla Carta.
Tassare ogni anno i grandi patrimoni senza toccare il momento in cui passano di generazione lascerebbe aperta la porta principale — è l'incoerenza segnalata da Giuseppe Pisauro (vedi Obiezioni). Oggi l'imposta di successione italiana genera un gettito inferiore allo 0,1% del PIL, contro circa lo 0,3% di Francia, Germania e Spagna: con franchigia a 1 milione di euro per i parenti in linea retta e aliquota del 4% oltre soglia, è tra le più leggere d'Europa. E la posta in gioco cresce: secondo lo studio Bocconi-Allianz citato nella puntata Revolution del 31/12/2025, nei prossimi 20-25 anni passeranno di mano in Italia eredità per circa 1.700 miliardi di euro.
La proposta include quindi un secondo pilastro: una revisione dell'imposta di successione concentrata sui grandi patrimoni ereditati — franchigie invariate per la stragrande maggioranza delle famiglie, aliquote progressive sopra soglie alte — con gettito vincolato a sanità e non autosufficienza, le voci di spesa che l'invecchiamento renderà più pesanti. Non esiste oggi una stima indipendente verificata del gettito di questa revisione per l'Italia: lo diciamo esplicitamente, invece di inventare una cifra.
Zucman propone uno standard minimo internazionale del 2% annuo sui patrimoni oltre 1 miliardo di dollari, poi discusso in versioni adattate anche per soglie nazionali più basse.
→ gabriel-zucman.eu — rapporto G20 (PDF)Stime globali di gettito da una tassazione minima dei grandi patrimoni, usate anche nel blocco Impatto stimato qui sotto.
→ wid.world — World Inequality LabRiporta lo studio Bocconi-Allianz sull'invecchiamento e la stima dei circa 1.700 miliardi di euro di eredità attese nei prossimi 20-25 anni. Fonte giornalistica di commento, non un dato primario.
→ pagina del programma su SpotifyIn sintesi: non proponiamo un'aliquota confiscatoria né una patrimoniale generalizzata su tutti i risparmi delle famiglie italiane. Proponiamo un'imposta minima, che scatta solo per chi oggi versa sistematicamente meno del dovuto rispetto al proprio patrimonio, sopra una soglia molto alta (50 milioni di euro), con un meccanismo di pagamento in natura per i casi di illiquidità. È un modello già discusso e votato in Francia, con un'obiezione seria e documentata da affrontare apertamente: da sola non basta a rendere il sistema fiscale italiano più equo o più efficiente. Va letta insieme alle altre proposte di questo sito, non come soluzione isolata.
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