In una frase: meno tasse sui guadagni finanziari per la larga maggioranza dei risparmiatori (dal 26% al 20%), di più solo sulla parte di patrimonio che supera i 5 milioni di euro.
"C'è una guerra di classe, è vero, ma è la mia classe, la classe dei ricchi, a farla — e la stiamo vincendo." — Warren Buffett (a Ben Stein, The New York Times, 26 novembre 2006, a proposito dell'aliquota effettiva che pagava rispetto ai propri dipendenti)
Le rendite finanziarie in Italia sono tassate al 26%, con un'unica eccezione: i titoli di Stato italiani ed esteri whitelist restano al 12,5%. Questa distinzione riguarda però solo il tipo di titolo, non chi lo possiede: chi realizza una plusvalenza da un fondo azionario o incassa un dividendo paga il 26% sia che l'investimento valga 2.000 euro sia che faccia parte di un portafoglio da 50 milioni.
I Conti distributivi di Banca d'Italia mostrano che il 10% delle famiglie più ricche detiene il 60,6% della ricchezza netta totale, e che la composizione del patrimonio è molto eterogenea: le famiglie più povere lo tengono soprattutto in casa e depositi, quelle più ricche lo diversificano maggiormente, anche in strumenti finanziari. Questo significa che i guadagni da dividendi e capital gain, pur tassati con la stessa aliquota per tutti, si concentrano in misura sproporzionata nella parte più alta della distribuzione.
Il confronto europeo conferma che l'Italia non è un caso isolato nell'uso di un'aliquota unica: Germania (25% + solidarietà, ~26,4%) e Francia (flat tax al 30%) applicano anch'esse un'aliquota fissa sulle rendite finanziarie, indipendente dal reddito o dal patrimonio (salvo opzione per la tassazione IRPEF ordinaria, se più conveniente per chi ha redditi bassi). La Spagna invece usa una scala progressiva dal 19% al 30% legata all'importo annuo del reddito da capitale, non al patrimonio complessivo. Un vero precedente di aliquota legata al valore del patrimonio detenuto esiste nei Paesi Bassi, dove l'imposta si applica a un rendimento presunto che cresce con il valore totale degli asset posseduti. Un'aliquota italiana esplicitamente differenziata per fasce di patrimonio finanziario non ha oggi equivalenti diretti tra i principali Paesi UE.
I titoli di Stato restano invariati al 12,5%, per tutti, indipendentemente dal patrimonio detenuto: non tocchiamo il costo di finanziamento del debito pubblico. La differenziazione per patrimonio riguarda solo dividendi e capital gain su azioni, ETF, fondi comuni e obbligazioni societarie.
Per chi ha un patrimonio finanziario investito in questi strumenti sotto i 5 milioni di euro, l'aliquota scende dal 26% al 20% (o anche meno, da definire in sede tecnica): un beneficio diretto per la larghissima maggioranza dei risparmiatori italiani. Per la parte di patrimonio che eccede i 5 milioni, l'aliquota sale in una forbice tra il 30% e il 35% — un intervallo aperto, non un numero secco, perché non esiste oggi una stima pubblica che indichi un valore preciso come ottimale.
Il meccanismo è a "top-up" sulla sola eccedenza, sullo stesso modello già proposto per la patrimoniale sopra i 50 milioni: chi ha un patrimonio finanziario di 5,5 milioni paga il 20% sui primi 5 milioni e il 30-35% solo sui 500.000 euro che superano la soglia, non sull'intero portafoglio. Evita l'effetto "scalino" per chi si trova appena sopra il limite.
Un nodo tecnico da affrontare apertamente: la soglia richiede di conoscere il patrimonio finanziario complessivo di ciascun contribuente, aggregato tra tutti gli intermediari presso cui detiene conti e titoli — non solo il singolo conto su cui matura il guadagno.
Questo nodo non è un limite solo di questa proposta: è lo stesso che impedisce di conoscere con precisione quante famiglie superano i 50 milioni di euro nel tema sulla patrimoniale o quante concentrano oltre 100 appartamenti nel tema sulla concentrazione immobiliare. Proponiamo quindi, come infrastruttura comune alle tre proposte, l'estensione sistematica dell'Archivio dei rapporti finanziari (ex art. 7, sesto comma, DPR 605/1973) — che oggi l'Agenzia delle Entrate usa già per i controlli fiscali puntuali, ma non come base sistematica per calcolare soglie patrimoniali — integrata con i dati catastali e i registri societari (per il look-through sulle società immobiliari già proposto sul tema della casa). Non è una nuova banca dati da costruire da zero, ma un uso sistematico di dati che lo Stato già raccoglie per altri fini. Resta un nodo politico reale, non solo tecnico: più lo Stato sa, più aumenta il potenziale di controllo su ogni cittadino, non solo sui grandi patrimoni — un compromesso tra capacità impositiva e privacy che va dichiarato apertamente, non nascosto dietro l'aspetto puramente tecnico.
In sintesi: non proponiamo di eliminare la tassazione agevolata dei titoli di Stato, né un'aliquota unica più alta per tutti. Proponiamo di aggiungere una seconda dimensione — il patrimonio finanziario complessivo — a quella già esistente per tipo di titolo, abbassando il prelievo per chi risparmia poco e alzandolo solo sulla parte di patrimonio che eccede una soglia molto alta (5 milioni di euro). Restano nodi tecnici reali, a partire dall'aggregazione dei dati patrimoniali tra intermediari: per questo la proposta include un'anagrafe della ricchezza, con il costo che comporta in termini di privacy dichiarato apertamente invece che taciuto.
Temi correlati: 01 — Patrimoniale sopra i 50 milioni · 03 — Limite alla concentrazione immobiliare · 07 — Come facciamo crescere l'Italia
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