In una frase: rimuovere gli ostacoli che impediscono alle imprese italiane di crescere di dimensione e di finanziarsi, portare ricerca e istruzione terziaria ai livelli europei e togliere all'industria un costo dell'energia fuori mercato — perché senza produttività non esistono salari più alti né welfare sostenibile.
Temi correlati: 06 — Lavoro, salari e fuga dei cervelli · 02 — Tassazione delle rendite finanziarie · 01 — Patrimoniale sopra i 50 milioni
"La produttività non è tutto, ma nel lungo periodo è quasi tutto. La capacità di un paese di migliorare nel tempo il proprio tenore di vita dipende quasi interamente dalla sua capacità di aumentare il prodotto per lavoratore." — Paul Krugman, premio Nobel per l'economia, "The Age of Diminished Expectations", MIT Press, 1990, capitolo 1
"L'iniziativa economica privata è libera. […] La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l'attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali." — Costituzione della Repubblica Italiana, art. 41 (in vigore dal 1° gennaio 1948)
Tra il 1995 e il 2024 la produttività del lavoro italiana è cresciuta in media dello 0,3% l'anno. Non è un rallentamento recente: è una linea piatta che attraversa cinque legislature, tre crisi e una pandemia. Negli ultimi due anni è addirittura arretrata — il 2,7% in meno nel 2023 e l'1,9% in meno nel 2024 — perché le ore lavorate sono aumentate più del valore aggiunto: si lavora di più, non si produce di più. Anche la produttività totale dei fattori è in calo dell'1,2%: è l'indicatore che misura quanto valore si ottiene combinando lavoro e capitale, al netto della quantità di entrambi — se scende, significa che non stiamo lavorando meno, ma organizzando peggio. E non è che il passato remoto fosse peggiore del presente: quello 0,3% medio annuo è identico se si guarda al solo decennio 2014-2024 — lo scrive l'Istat — cioè l'ultimo decennio non è andato meglio della media trentennale.
Questo dato spiega gli altri temi di questo sito. Un paese la cui produttività non cresce non può alzare i salari senza comprimere i profitti, né sostenere il welfare quando la popolazione in età lavorativa si riduce. È il motivo per cui nel tema 06 i salari reali italiani risultano fermi da trent'anni mentre altrove crescevano del 25-30%, e il motivo per cui nel tema 05 scriviamo che il calo della forza lavoro si affronta prima di tutto aumentando la produttività, non delegandolo alla sola immigrazione.
Nel confronto internazionale il quadro è coerente: secondo l'OCSE la crescita della produttività italiana è inferiore alla media dell'area euro dalla metà degli anni Novanta e si è fermata dopo il 2010, mentre la produttività totale dei fattori — quella che l'OCSE chiama multifattoriale — è diminuita tra il 2000 e il 2022. Non è un ritardo di un settore o di un'area del paese: è il profilo di un'economia intera.
Le imprese non crescono di dimensione. L'86% delle imprese italiane in industria, costruzioni e servizi di mercato ha meno di dieci addetti. Non è un dettaglio statistico: le imprese piccole investono meno in tecnologia, esportano meno, pagano meno e adottano pratiche manageriali più arretrate. L'83% delle imprese sotto i dieci addetti è a proprietà e gestione familiare, e la selezione dei dirigenti dentro la famiglia o la cerchia stretta — invece che per merito e qualifica — pesa su innovazione e produttività. Anche la regione più produttiva, la Lombardia, ha l'83% di imprese sotto i dieci addetti: il problema è nazionale, non meridionale.
C'è un dettaglio, nello stesso rapporto OCSE, che cambia il senso di tutto il capitolo: le imprese medie e grandi italiane sono produttive quanto le omologhe delle altre grandi economie. Quello che manca non è la capacità industriale: è il loro peso, perché sono troppo poche e occupano una quota di lavoratori relativamente piccola. Non abbiamo un problema di imprese scadenti, abbiamo un problema di imprese che non diventano grandi.
Il capitale non arriva. Solo il 3,9% delle società non finanziarie italiane si finanzia sul mercato dei capitali; tra quelle con più di 250 addetti la quota sale al 18,7%, ma le grandi imprese in Italia sono poche. Il finanziamento resta dipendente dal credito bancario, il risparmio delle famiglie — 11.700 miliardi di ricchezza netta — non si trasforma in capitale d'impresa, e venture capital e private equity restano sottodimensionati rispetto a quasi tutti i paesi OCSE.
E dove il capitale non arriva, chi cresce lo va a cercare altrove. Tra il 2008 e il 2021 in Europa sono nati 147 “unicorni” — imprese arrivate a valere più di un miliardo di dollari — e quaranta hanno spostato la sede all'estero, la grande maggioranza negli Stati Uniti. Non emigrano soltanto le persone: emigrano anche le aziende, ed è lo stesso fenomeno che il tema 06 racconta dal lato di chi parte.
Ricerca e competenze sono sotto la soglia europea. La spesa in ricerca e sviluppo è all'1,37% del PIL contro il 2,21% della media UE27, e la componente delle imprese si ferma allo 0,80%. Tra i 25-34enni ha una laurea il 24,4% degli uomini e il 37,1% delle donne, contro medie europee del 37,6% e 48,8%: un divario di oltre undici punti. Un'economia con poche imprese grandi e pochi laureati genera poca domanda di competenze — che è il motivo per cui chi le ha se ne va.
E il problema comincia prima dell'università. Nel rapporto PISA (Programme for International Student Assessment) 2026 le competenze degli studenti italiani di 15 anni restano intorno alla media OCSE, ma in diminuzione rispetto al 2022 e ben al di sotto delle tigri asiatiche (Singapore, Corea del Sud, Giappone). Investire in ricerca serve a poco se si assottiglia il bacino da cui escono i ricercatori.
Ai tre fattori interni se ne aggiunge uno che pesa su ogni impresa manifatturiera, indipendentemente da dimensione e capitale: l'elettricità per l'industria italiana costa più che nei paesi con cui competiamo. Non è un dettaglio di bolletta, è un margine in meno su ogni prodotto esportato — e riguarda proprio i settori a più alta intensità energetica, cioè quelli che tengono in piedi l'export manifatturiero.
La produttività non è una leva: è il risultato. Quello che segue sono le cinque leve che, sulla base dei dati qui sopra, riteniamo capaci di produrlo — in ordine di solidità delle prove, non di popolarità.
Nessun incentivo alla ricerca funziona in un tessuto di imprese troppo piccole per usarla. Proponiamo due interventi convergenti. Il primo è la neutralità delle soglie dimensionali: oggi crescere costa, perché superare certe dimensioni fa perdere regimi fiscali semplificati e agevolazioni riservate alle piccole imprese e fa scattare obblighi aggiuntivi, tutti in un colpo. Il risultato è che a molte imprese conviene restare sotto la soglia — e il sistema penalizza esattamente chi prova a crescere. Serve che il passaggio sia graduale: benefici che si riducono per gradi e obblighi che entrano in vigore per gradi, invece di uno scalino secco. Due esempi. Sotto i quindici dipendenti un licenziamento illegittimo non comporta la reintegrazione e l'indennità è dimezzata; appena sopra quella soglia la reintegrazione torna possibile e l'indennità può arrivare a trentasei mensilità. E finché si resta dentro i limiti europei della piccola e media impresa si conserva l'accesso agli strumenti riservati alle PMI, dal fondo pubblico di garanzia ai bandi con soglie dimensionali. Superare quelle righe cambia il regime tutto in una volta.
Il secondo è la canalizzazione del risparmio delle famiglie verso il capitale d'impresa attraverso fondi pensione e strumenti collettivi vigilati, con un ruolo del venture capital pubblico concentrato sulle start-up nella fase in cui il capitale privato non arriva. In Italia ci sono 11.700 miliardi di ricchezza netta delle famiglie e imprese che si finanziano quasi solo in banca: il problema non è la scarsità di risparmio, è che non trova la strada per arrivare all'impresa.
Nella stessa direzione va la riduzione degli adempimenti: consolidare i tributi che l'impresa oggi versa separatamente, a partire dall'integrazione dei tributi regionali sulle attività produttive nel pagamento dell'imposta sui redditi. Non costa risorse di bilancio e pesa in proporzione molto più sulle imprese piccole, che non hanno un ufficio dedicato. Ma va detto con onestà che è un intervento di manutenzione: libera tempo, non produce produttività.
Investire insieme restando piccoli. Un'azienda sotto i dieci addetti non ammortizza da sola una linea di digitalizzazione o un impianto ad alta efficienza; tre o quattro insieme sì, continuando a competere tra loro sul mercato finale. Chiediamo che chi si aggrega per comprare e gestire insieme un macchinario debba ricevere un'agevolazione fiscale o finanziaria, legata a un piano di investimento rendicontato. Oggi non è così: l'incentivo introdotto nel 2026 per le reti d'impresa consiste nel pagare l'imposta più tardi, un vantaggio modesto, e si perde proprio quando le imprese fanno il passo che conta, cioè darsi una struttura comune capace di intestarsi il bene — un consorzio.
Obiettivo: portare la spesa in ricerca e sviluppo alla media dell'area euro entro il 2035, con uno sforzo pubblico e privato in parti uguali — è la raccomandazione dell'OCSE nel rapporto sull'Italia del 2026, e ha il vantaggio di essere misurabile ogni anno. Sul capitale umano: aumento dei posti nell'istruzione terziaria, comprese le lauree professionalizzanti brevi che in Italia sono quasi assenti, e una politica dei salari accademici e di ricerca che smetta di finanziare la formazione di persone che poi lavorano altrove. Il tema 06 documenta il costo di quella formazione regalata all'estero.
Non basta spendere di più: conta dove. Negli ultimi vent'anni i primi tre investitori privati in ricerca degli Stati Uniti sono cambiati due volte — dall'automobile e dalla farmaceutica al software, e poi al digitale — mentre in Europa ai primi tre posti ci sono stabilmente aziende dell'automotive. L'Europa non spende soltanto poco in ricerca: la spende su tecnologie mature, dove il margine di scoperta è più stretto. È la ragione per cui portare la spesa alla media europea è necessario ma non sufficiente: se si spendesse di più sugli stessi settori di sempre, il divario di produttività resterebbe. Questo è un dato europeo e non italiano, e lo diciamo: il ritardo italiano è la versione acuta di un ritardo continentale, e l'obiettivo non è replicare la composizione di spesa che l'Europa ha oggi.
Il prezzo del gas si forma sui mercati internazionali, ma il divario con gli altri paesi europei no: nel 2024 l'industria italiana ha pagato l'elettricità 26,5 centesimi per kWh contro i 16,7 della Spagna, che compra il gas sugli stessi mercati. La differenza dipende da tre cose, e tutte e tre si decidono in Italia. La prima è come produciamo l'elettricità: in Italia una quota molto alta viene da centrali a gas, e nel mercato elettrico il prezzo per tutti lo fissa la centrale più costosa tra quelle in funzione in quel momento — da noi, quasi sempre una centrale a gas. Chi ha più idroelettrico, nucleare o rinnovabili le accende meno spesso, e paga meno. La seconda sono rete e accumuli: quando mancano le linee per trasportare l'energia e le batterie per conservarla, l'elettricità rinnovabile prodotta in un certo momento o in una certa zona non arriva a chi la userebbe, e va perduta. La terza sono gli oneri di sistema, cioè le voci della bolletta che non pagano l'energia consumata ma decisioni pubbliche del passato: incentivi agli impianti, smantellamento delle vecchie centrali nucleari, sconti riservati ad alcune categorie. Proponiamo accelerazione degli iter autorizzativi per rinnovabili e accumuli, revisione degli oneri impropri caricati sulla bolletta industriale, e contratti di fornitura di lungo periodo a prezzo fisso per l'industria energivora, sul modello già in uso in Francia e Spagna.
Fin qui l'Italia. Ma c'è un livello di prezzo che a Roma non si tocca. Le imprese europee pagano l'elettricità due o tre volte quello che pagano le americane, e il gas quattro o cinque volte: le scelte italiane spiegano perché paghiamo più della Spagna, la struttura europea spiega perché l'Europa paga più degli Stati Uniti. Quel divario dipende in primo luogo dalla mancanza di risorse naturali europee, che nessuna politica cambia — ma anche da qualcosa che si potrebbe cambiare: l'Europa è il più grande compratore di gas del mondo e contratta in ordine sparso, senza usare quel potere. È la richiesta da aggiungere alle tre italiane e da portare a Bruxelles, insieme a un tetto comune europeo sulle voci fiscali e di rete caricate in bolletta. Sulle autorizzazioni, invece, la responsabilità resta nostra, e il confronto dentro l'Europa dice che l'ostacolo è la burocrazia e non la geologia: il permesso per un parco eolico a terra arriva a nove anni in alcuni paesi europei, contro meno di tre in altri.
È la leva su cui sono tutti d'accordo, e per questo vale la pena guardare i numeri invece di ripetere lo slogan. Sui tempi della giustizia civile l'Italia si è mossa davvero: tra il 2019 e il 2025 la durata media dei procedimenti è scesa del 27,8% nel civile e del 37,8% nel penale. Ma l'obiettivo concordato con il PNRR è una riduzione del 40% entro giugno 2026, e su quel fronte l'OCSE scrive che serve un'accelerazione: il progresso è reale e insufficiente insieme. Non è un dettaglio per giuristi — tempi incerti di recupero di un credito o di risoluzione di una controversia sono un costo che entra nel prezzo del capitale e scoraggia gli investimenti, soprattutto quelli esteri.
Anche lo Stato produce: servizi, autorizzazioni, sentenze, infrastrutture. Quando li produce male il conto non lo paga il bilancio pubblico — lo pagano imprese e cittadini, in denaro o in tempo. Per questo la revisione della spesa non è per noi ragioneria da mettere in fondo, ma una leva di produttività come le altre quattro: prima di chiedere un euro in più, bisogna dimostrare dove si spende meglio quello che c'è già.
Esiste già, e questa è la parte che nessuno racconta. È prevista dalla legge di contabilità dal 2009 e rafforzata come riforma del PNRR: ogni anno un decreto assegna a ciascun ministero un obiettivo di risparmio e il MEF verifica a consuntivo se è stato raggiunto — la relazione sull'esercizio 2024 attesta il "sostanziale raggiungimento". Non è un'invocazione: è una procedura che funziona.
Il problema è la scala. Gli obiettivi crescono ogni anno ma restano intorno ai due miliardi, circa un quinto di quello che l'OCSE assegna a questa leva, e riguardano i soli ministeri: una procedura che funziona applicata a una frazione della macchina pubblica.
Dove si taglia, in concreto. La ricognizione più dettagliata resta quella di Carlo Cottarelli, commissario straordinario per la revisione della spesa, nel marzo 2014, con un difetto e un pregio: le cifre hanno dodici anni, ma le aree sono ancora riconoscibili.
Prendiamo la voce più grande, gli acquisti di beni e servizi, perché è la prova migliore che la leva funziona quando la si tira. Nel 2012 valevano 131 miliardi e passavano per 32.000 stazioni appaltanti; oggi, dopo il codice dei contratti del 2023, le amministrazioni qualificate sono 3.680 secondo l'ANAC. Il vantaggio è misurato: gli stessi beni comprati fuori dalle convenzioni della Consip costano dal 2,5% al 40% in più.
Ma il problema non è chiuso: si è spostato. L'obbligo di acquisto centralizzato copre 25 categorie di prodotti, aggiornate per l'ultima volta nel 2018 e quasi tutte sanitarie: fuori da quelle ogni amministrazione compra da sola, e nessuno pubblica i prezzi che paga davvero — per cui nessuno è oggi in grado di dire quanta parte degli acquisti pubblici sia davvero centralizzata. È lo stesso problema che il tema 02 incontra sui patrimoni: senza dati non c'è controllo.
Il confine, e lo diciamo prima che ce lo chiedano. Revisione della spesa per noi significa eliminare spesa inefficace, non ridurre i servizi: sanità, istruzione e protezione sociale non sono il bacino da cui prendere — la spesa sanitaria pubblica è già scesa dal 6,8% del PIL del 2022 al 6,2% del 2025 (Fondazione GIMBE). Non è una cautela aggiunta da noi: lo scriveva quel rapporto stesso, "senza stravolgere il welfare state e senza tagli all'educazione pubblica", e i suoi numeri mostravano un'Italia che spendeva meno dell'area euro sia in protezione sociale sia in istruzione. Rifiutiamo anche i tagli lineari, che colpiscono nella stessa misura l'ente efficiente e quello inefficiente. E poiché quel rapporto è la nostra fonte, diciamo cosa non prendiamo da esso: deindicizzazione delle pensioni, prova del reddito sull'indennità di accompagnamento, risparmi sulla sanità, aumento delle tariffe del trasporto pubblico locale. Prendiamo le aree di inefficienza, non l'intero pacchetto.
Il prezzo, perché ce n'è uno. Riorganizzare enti, sedi e partecipate significa personale in esubero: il rapporto ne stimava almeno 85.000 a pacchetto attuato per intero — una proiezione su riforme mai fatte, quindi non un numero di oggi, ma l'ordine di grandezza del problema. È la ragione per cui una revisione seria richiede tempi lunghi, ricollocazione e turnover, non annunci: chi promette dieci miliardi di risparmi entro l'anno prossimo sta nascondendo questo pezzo. In cambio quelle risorse pagano le altre leve — la ricerca della leva 2 e la riduzione del cuneo fiscale sui salari bassi, che l'OCSE stima in 1,4 punti di PIL.
In una riga: la revisione della spesa in Italia esiste, funziona, e vale una frazione di quello che servirebbe. La nostra proposta non è inventarla — è applicarla a tutta la macchina pubblica invece che a una parte.
La fonte principale di questa pagina, verificata sul testo del rapporto: l'86% di imprese sotto i dieci addetti (83% in Lombardia), l'83% di imprese familiari tra quelle sotto i dieci addetti e il peso della gestione dinastica su innovazione e produttività, il 3,9% di società che si finanziano sul mercato dei capitali (18,7% sopra i 250 addetti, dal Censimento Istat delle imprese), il ritardo su venture capital e private equity, la raccomandazione di raggiungere la media dell'area euro in ricerca e sviluppo entro il 2035 con sforzo pubblico e privato paritario. Da qui anche il fatto che le imprese medie e grandi italiane siano produttive quanto le omologhe delle altre grandi economie ma pesino troppo poco; il calo della produttività multifattoriale tra il 2000 e il 2022; la riduzione del 27,8% nella durata dei procedimenti civili tra il 2019 e il 2025, contro un obiettivo del 40% entro giugno 2026; e la tabella 1.4 con il pacchetto di misure di bilancio da cui sono tratte tutte le cifre del blocco Impatto.
→ oecd.org — Economic Surveys: Italy 2026Produttività del lavoro a -1,9% nel 2024, dopo il -2,7% del 2023, per effetto di ore lavorate in aumento del 2,3% e valore aggiunto a +0,4%. Produttività totale dei fattori a -1,2%, da -1,6% nel 2023. Il tasso medio annuo di crescita della produttività del lavoro è dello 0,3% nel decennio 2014-2024 — ed è, testualmente, "lo stesso tasso medio annuo di crescita del periodo 1995-2024".
→ istat.it — Misure di produttività 1995-2024 (PDF)Spesa in ricerca e sviluppo all'1,37% del PIL contro il 2,21% della media UE27 e componente imprese allo 0,80%; quota di 25-34enni con titolo terziario al 24,4% tra gli uomini e al 37,1% tra le donne, contro medie europee del 37,6% e 48,8%.
→ istat.it — La ricerca e sviluppo in ItaliaMedia 2024: 26,5 centesimi per kWh in Italia, 24,9 in Germania, 19,3 in Francia, 16,7 in Spagna. Nelle classi di consumo in cui si concentra oltre metà dell'energia industriale acquistata in Italia, il prezzo è dell'11% e del 9% superiore a quello dei clienti omologhi dell'area euro.
→ arera.it — prezzi industriali dell'energia elettricaÈ la fonte dei soli elementi europei di questa pagina, verificati sul documento: le imprese europee pagano l'elettricità due o tre volte e il gas quattro o cinque volte quello che pagano le americane, con il divario attribuito in primo luogo alla mancanza di risorse naturali e alla capacità contrattuale collettiva non utilizzata, nonostante l'Unione sia il maggiore acquirente mondiale di gas (pp. 8, 16 e 45); il permesso per un parco eolico a terra che arriva a nove anni in alcuni Stati membri contro meno di tre in altri (p. 47); il tetto massimo comune su imposte, oneri e tariffe di rete e l'estensione dei contratti di fornitura di lungo periodo all'industria (pp. 46 e 52); i primi tre investitori privati in ricerca, cambiati due volte negli Stati Uniti e stabilmente automobilistici in Europa (p. 30); i 147 “unicorni” nati in Europa tra il 2008 e il 2021, di cui quaranta hanno spostato la sede all'estero (p. 31). È un rapporto di analisi e di proposta commissionato dalla Commissione europea, non una fonte statistica: tutte le cifre italiane di questa pagina restano di Istat, OCSE e ARERA.
→ commission.europa.eu — The future of European competitiveness, Parte A (PDF)È l'aggiornamento istituzionale ufficiale della revisione della spesa italiana, e serve a dimostrare che non è un'invocazione retorica ma una procedura viva, prevista dall'articolo 22-bis della legge 196/2009. Da qui: gli obiettivi di risparmio assegnati ai ministeri (800 milioni per il 2023, 1.500 per il 2024, 2.000 per il 2025, 2.200 a decorrere dal 2026, in termini di indebitamento netto), l'impatto effettivo di 1.501,4 milioni nel 2024, il "sostanziale raggiungimento" degli obiettivi attestato dalle verifiche, e l'impegno assunto nel Piano strutturale di bilancio 2025-2029 a esaminare ogni anno l'1% — e il 10% nell'arco del piano — della spesa per politiche di diretta competenza delle amministrazioni centrali.
→ mef.gov.it — Relazione sull'attuazione della revisione della spesa (PDF)La fonte di dettaglio sulle singole aree di taglio, con le cifre verificate sul documento: 131 miliardi di acquisti di beni e servizi (2012) attraverso 32.000 stazioni appaltanti, con un risparmio medio del 24% sulle convenzioni nazionali; almeno 200 milioni l'anno per la pubblicazione dei bandi sui quotidiani; 11.000 centri di elaborazione dati da concentrare in una sessantina; 1.500 auto di servizio nelle amministrazioni centrali e 3.700 in quelle locali contro 90 per l'intero governo britannico; 2 miliardi di perdite delle partecipate locali (2011) e 2,2 miliardi di affitti degli immobili pubblici; le stime di risparmio per area riportate nel grafico, riferite al 2016, dentro un totale di 7, 18 e 34 miliardi nel triennio; e 32 miliardi (circa il 2% del PIL) necessari per portare il cuneo fiscale alla media dell'area euro. Il documento ha dodici anni: lo usiamo per le aree e gli esempi, non come stima di risorse disponibili oggi. Contiene anche proposte che non facciamo nostre, elencate in pagina.
→ Proposte per una revisione della spesa pubblica, 27 marzo 2014 (PDF)Serve a dire cosa è cambiato dal 2014, invece di lasciare che il lettore lo immagini: nel 2023 un quarto degli acquisti pubblici è passato dalla Consip, per oltre 30 miliardi, con una quota tre volte e mezzo superiore a quella del 2014; i beni acquistati fuori dalle convenzioni costano dal 2,5% al 40% in più secondo la rilevazione del MEF; i tempi medi di pagamento della pubblica amministrazione sono scesi da 43 giorni nel 2019 a 33 nel 2023. Da qui anche i tre limiti ancora aperti: l'obbligo di acquisto centralizzato riguarda 25 categorie merceologiche aggiornate per l'ultima volta nel 2018, manca un monitoraggio sistematico dei prezzi unitari, e i 31 soggetti aggregatori non pubblicano i dati aggregati della loro spesa.
→ osservatoriocpi.unicatt.it — La riforma degli acquisti della PA, dieci anni dopoSospende l'imposta sugli utili che le imprese aderenti a un contratto di rete vincolano agli investimenti del programma comune. Le reti che acquisiscono personalità giuridica sono escluse dal beneficio: è il perimetro su cui si innesta la nostra richiesta.
→ normattiva.it — legge 11 marzo 2026, n. 34E quanto si guadagna? L'OCSE simula l'effetto delle riforme sul livello del PIL italiano: il pacchetto completo vale +3,9% a dieci anni e +11,9% a venticinque. Sono punti che si aggiungono a quelli del PNRR, non li comprendono: lo scenario di partenza è un'Italia che il PNRR ha già portato a termine.
Due avvertenze:
Le voci elencate non sommano esattamente a 3,7%: la tabella dell'OCSE contiene anche misure senza importo — l'età di ingresso a scuola, i servizi per l'impiego — e voci indirette, come il maggiore gettito che arriverebbe dall'occupazione in più. Il totale è quello dichiarato dall'OCSE, non una nostra somma. E l'intero riquadro riporta stime dell'OCSE, non nostre: lo pubblichiamo perché mostra che questo tema, il 01 e il 06 stanno dentro lo stesso bilancio, e che i conti si chiudono.
In sintesi: non proponiamo un nuovo piano di spesa né incentivi a pioggia, che l'Italia ha già provato con 220 miliardi di PNRR e crescita sotto l'1%. Proponiamo di rimuovere cinque ostacoli documentati: imprese che non possono crescere di dimensione, capitale che non arriva, ricerca e competenze sotto la soglia europea, energia fuori mercato, e uno Stato che spende male quello che già spende. È il tema che tiene insieme gli altri sei: senza produttività, l'equità fiscale redistribuisce una torta che non cresce e la sostenibilità sociale diventa impossibile.
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