Tema 06 — Lavoro, salari e fuga dei cervelli

Salari fermi e giovani in partenza: trattenere il lavoro qualificato, non solo rimpiangerlo

In una frase: spostare il carico fiscale dal lavoro dipendente verso patrimoni e rendite, investire nell'istruzione e creare condizioni strutturali — non sgravi temporanei — perché restare in Italia torni a essere una scelta razionale.

Il problema

Un paese che forma lavoro qualificato e poi lo regala all'estero

I salari reali italiani restano inferiori del 6,1% rispetto al primo trimestre del 2021: secondo l'analisi OCSE ripresa dalla stampa italiana, è il divario più ampio tra le grandi economie dell'area. E non è un incidente recente: sui dati OCSE citati dall'economista Marco Leonardi (Università Statale di Milano, ex capo dei consiglieri economici del governo Draghi), tra il 1991 e il 2023 i salari reali italiani sono scesi del 3,4%, mentre nella media dei paesi industrializzati crescevano del 25% e in Germania e Francia di oltre il 30%; nel solo periodo 2019-2024 l'Italia ha perso circa l'8%. L'occupazione intanto cresce — 24,1 milioni di occupati, un record storico — ma cresce soprattutto dove produttività e salari sono più bassi.

Il carico fiscale aggrava il quadro, in due modi documentati. Il primo è il fiscal drag: con l'inflazione del 2022-2024, scaglioni IRPEF non indicizzati hanno trasferito dai lavoratori dipendenti e pensionati allo Stato circa 25 miliardi di euro in due anni (stima di Marco Leonardi e Lorenzo Rizzo su lavoce.info, citata nella puntata Revolution del 24/09/2025) — un aumento di tasse mai votato da nessun Parlamento. Il secondo è l'iniquità orizzontale: come osserva Giuseppe Pisauro (ex presidente dell'Ufficio Parlamentare di Bilancio), a parità di reddito un lavoratore dipendente può pagare un'aliquota fino al 45%, mentre un autonomo in regime forfettario paga il 15% sostitutivo fino a 85.000 euro di ricavi. Il sistema fiscale, cioè, tratta il lavoro dipendente come la base imponibile più facile da spremere — lo stesso squilibrio documentato nel tema 01 rispetto a patrimoni e rendite.

Come fanno gli altri paesi

Di fronte all'inflazione del 2022-23 gli altri grandi paesi europei hanno protetto il potere d'acquisto con strumenti pubblici: la Francia con il salario minimo indicizzato, la Germania alzando i salari pubblici e facendo pressione sui contratti privati, la Spagna con clausole di garanzia nei contratti collettivi; quasi tutti hanno neutralizzato il fiscal drag. L'Italia — con una contrattazione ancora basata sul protocollo Ciampi del 1993, che non prevede il recupero dell'inflazione imprevista, e con scaglioni IRPEF non indicizzati — è rimasta indietro di circa 8 punti di potere d'acquisto (analisi di Marco Leonardi, Revolution 30/04/2026).

Chi parte, quanti sono, quanto ci costa

Il risultato si legge nei flussi migratori. Secondo l'Istat, nel 2024 gli espatri di cittadini italiani sono stati 156.000 (+36,5% sul 2023): 270.000 nel solo biennio 2023-24, +39,3% sul biennio precedente, il valore più alto dell'ultimo decennio. Chi parte è giovane (età media 32,8 anni) e istruito — i laureati sono tra il 40% e il 44% degli espatriati — e il saldo migratorio degli italiani con l'estero è negativo per 103.000 persone nel solo 2024; il 74% delle partenze resta in Europa. La Fondazione Nord Est stima che tra il 2011 e il 2023 siano emigrati circa 550.000 giovani tra i 18 e i 34 anni, con un saldo netto di -377.000 unità e un valore del capitale umano perso di circa 134 miliardi di euro; e che l'Italia attragga appena il 6% dei giovani europei che si spostano, contro il 34% della Svizzera e il 32% della Spagna. AlmaLaurea misura anche il perché: a cinque anni dal titolo, chi lavora all'estero guadagna in media 2.941 euro netti al mese contro i 1.840 di chi è rimasto — quasi il 60% in più — e il 29,8% di chi è partito indica come motivo la mancanza di opportunità adeguate in Italia.

Non è la mobilità circolare fisiologica di un'economia aperta: è un deflusso netto di età lavorativa e di competenze, in un paese dove la popolazione 20-64 anni è già attesa in calo di oltre un milione di persone nel triennio 2026-2028 (Istat) e dove solo il 30% circa dei giovani è laureato, contro il 70% della Corea del Sud. Ogni laureato che parte porta con sé un investimento pubblico in istruzione che l'Italia ha pagato e che un altro paese incassa.

Verificata Istat — "Gli italiani residenti all'estero — Anni 2023 e 2024" (luglio 2025) → istat.it — Italiani residenti all'estero 2023-24 (PDF)
Verificata ISTAT — Indicatori demografici, anno 2025 (popolazione in età lavorativa) → istat.it — Report Indicatori demografici, anno 2025
Cosa non sappiamo ancoraDue limiti che i numeri qui sopra impongono di dichiarare. Parte del balzo degli espatri 2024 è un effetto statistico della legge 213/2023, che ha introdotto sanzioni per la mancata iscrizione all'AIRE (l'anagrafe degli italiani all'estero): il fenomeno è reale e in crescita, ma l'ultimo anno riflette in parte l'emersione di partenze già avvenute — lo segnala la stessa Istat. E la cifra di 134 miliardi di capitale umano perso è una stima della sola Fondazione Nord Est, con metodologia propria: la citiamo come ordine di grandezza, non come dato consolidato.
La proposta

Quattro leve strutturali, non un bonus per chi torna

1. Spostare il carico fiscale dal lavoro a patrimoni e rendite. Il gettito delle proposte dei temi 01 (patrimoniale sopra i 50 milioni) e 02 (rendite finanziarie) destinato prioritariamente alla riduzione del cuneo fiscale sul lavoro dipendente, insieme all'indicizzazione automatica degli scaglioni IRPEF all'inflazione, per eliminare il fiscal drag in modo strutturale: nessun aumento di tasse senza un voto esplicito del Parlamento. A questo si aggiunge la leva contrattuale indicata da Marco Leonardi: clausole nei contratti collettivi nazionali che consentano di recuperare l'inflazione imprevista anche in vigenza di contratto, come già avviene in Spagna — un aggiornamento di istituzioni ferme al 1993, non una nuova spesa pubblica.

2. Stessa tassazione a parità di reddito. Riallineamento graduale tra il regime forfettario degli autonomi e la tassazione del lavoro dipendente: non punire chi è autonomo, ma smettere di penalizzare chi è dipendente — l'iniquità orizzontale segnalata da Pisauro.

3. Investire nell'istruzione terziaria e nella ricerca. È la proposta avanzata dall'economista Francesco Billari (rettore dell'Università Bocconi): con poche coorti giovani, l'unica strada è renderle più produttive — percorsi di studio più lunghi, insegnanti pagati meglio, obiettivo di portare la quota di laureati verso i livelli dei paesi avanzati. Con una condizione complementare: incentivare anche la domanda di lavoro qualificato delle imprese (innovazione, dimensione, aggregazione), perché l'offerta di laureati senza domanda produce solo disoccupati istruiti o emigrati.

4. Dal rientro agevolato alle condizioni per restare. Il regime "impatriati" oggi offre sgravi fiscali temporanei a chi rientra: utile, ma non tocca le ragioni della partenza. La leva strutturale è rendere competitive le condizioni di partenza — retribuzioni d'ingresso, stabilità contrattuale, finanziamento della ricerca, tempi di carriera — misurate ogni anno rispetto a Francia, Germania e Spagna con un rapporto pubblico.

La fonte
Verificata Istat — "Migrazioni interne e internazionali della popolazione residente — Anni 2023/2024" (giugno 2025)

Gli espatri di cittadini italiani: 270.000 nel biennio 2023-24 (+39,3%), 156.000 nel solo 2024 — il massimo dell'ultimo decennio.

→ istat.it — Report Migrazioni 2023-2024 (PDF)
Verificata Istat — "Gli italiani residenti all'estero — Anni 2023 e 2024" (luglio 2025)

Età media di chi emigra (32,8 anni), quota di laureati tra gli espatriati (40-44%), saldo migratorio degli italiani (-103.000 nel 2024), mete (74% in Europa) e il caveat sulla legge AIRE 213/2023.

→ istat.it — Italiani residenti all'estero 2023-24 (PDF)
Verificata Fondazione Nord Est — "I giovani e la scelta di trasferirsi all'estero" (presentato al CNEL, ottobre 2023)

550.000 giovani 18-34 emigrati tra 2011 e 2023, saldo netto -377.000, capitale umano stimato ~134 miliardi di euro (stima con metodologia propria), Italia ultima in Europa per attrattività dei giovani (6% contro 34% della Svizzera).

→ fnordest.it — il paper completo (PDF)
AlmaLaurea — XXVIII Indagine sulla condizione occupazionale dei laureati (2026)

Retribuzione a 5 anni dal titolo: 2.941 euro netti/mese all'estero contro 1.840 in Italia (+60% circa); il 91,2% degli occupati all'estero lavora in Europa; il 29,8% indica la mancanza di opportunità adeguate in Italia come motivo dell'espatrio.

→ almalaurea.it — condizione occupazionale dei laureati (link all'edizione esatta da verificare)
OCSE — Employment Outlook (dati sui salari reali), ripreso dalla stampa italiana

Il dato sui salari reali italiani (-6,1% rispetto al primo trimestre 2021, divario più ampio tra le grandi economie OCSE) e sulla quota di giovani "fragili" (27%). Le serie di lungo periodo (1991-2023: -3,4% Italia contro +25% della media OCSE; 2019-2024: -8%) sono citate da Marco Leonardi nella puntata Revolution del 30/04/2026.

→ oecd.org — OECD Employment Outlook (link da verificare sull'edizione esatta)
Verificata Fondazione Leone Moressa — XV Rapporto annuale sull'economia dell'immigrazione, ed. 2025

La segmentazione del mercato del lavoro: solo il 9,1% degli occupati stranieri in professioni qualificate o tecniche, contro il 39,6% degli italiani.

→ fondazioneleonemoressa.org — Rapporto 2025
Revolution (Rai Radio 3, Stefano Feltri) — puntate dell'11/12/2025 "Sciopero" (Pietro Galeone, Bocconi), 30/04/2026 "Il problema nascosto del lavoro" (Marco Leonardi, Università Statale di Milano), 04/06/2026 "Un futuro da rider" (NIDIL-CGIL), oltre a 24/09/2025, 26/05/2026 e 10/06/2026

Fiscal drag (stima Leonardi/Rizzo su lavoce.info), salari reali di lungo periodo e confronto europeo (Leonardi), frattura sindacale e divari retributivi per dimensione d'impresa (Galeone su dati Istat), condizioni del lavoro di piattaforma, iniquità orizzontale della flat tax (Pisauro) e proposta Billari sull'istruzione. Fonte giornalistica di commento e intervista, non un dato primario: le citazioni sono attribuite ai singoli ospiti.

→ pagina del programma su Spotify
Obiezioni
L'Italia ha il record storico di occupati: il problema del lavoro non esiste
RispostaIl record è reale — circa 24,1 milioni di occupati — ma può essere il sintomo del problema, non la sua smentita. Come osserva Marco Leonardi, l'occupazione è cresciuta soprattutto in settori a bassa produttività e a bassi salari (turismo, ristorazione), tra gli over 50 trattenuti dall'età pensionabile (+20% dal 2008, contro appena +1,4% tra i 25-34enni), e in parte perché l'inflazione ha reso il lavoro più economico per le imprese. Lo ha riconosciuto anche il governatore della Banca d'Italia Fabio Panetta nelle Considerazioni finali sul 2025: la dinamica dell'occupazione ha superato quella del prodotto "grazie alla forte moderazione salariale". Più posti, pagati meno, non è una buona notizia da celebrare senza guardare le buste paga.
La mobilità dei giovani è normale in un'economia europea aperta, non un'emergenza
RispostaVero per la mobilità circolare: partire, formarsi, tornare è un arricchimento, non un problema. Il punto critico italiano è il saldo, che ora i dati primari misurano: -103.000 italiani nel solo 2024 (Istat, rimpatri in calo del 14,3%), -377.000 giovani tra il 2011 e il 2023 (Fondazione Nord Est), e appena il 6% dei giovani europei che si spostano sceglie l'Italia, contro il 34% della Svizzera. Chi arriva, inoltre, non compensa per livello di qualifica: secondo la Fondazione Leone Moressa solo il 9,1% degli occupati stranieri lavora in professioni qualificate o tecniche, contro il 39,6% degli italiani. La differenza tra circolazione e fuga sta tutta nel saldo — e il saldo italiano è una fuga.
Gli incentivi al rientro esistono già: il regime "impatriati"
RispostaEsistono, e per alcuni profili funzionano come spinta al rientro. Ma sono sgravi temporanei: alla scadenza, la persona si ritrova con le stesse condizioni che l'avevano spinta a partire — salari d'ingresso più bassi che altrove, precarietà più lunga, ricerca sottofinanziata. Un incentivo fiscale a tempo non corregge un divario strutturale: lo rinvia. È il motivo per cui la proposta punta sulle condizioni per restare, non solo sugli sconti per tornare.
I salari li decide il mercato, non la politica
RispostaIn parte è vero: la dinamica salariale dipende da produttività, contrattazione e concorrenza. Ma due leve sono interamente pubbliche: il cuneo fiscale decide quanta parte del costo del lavoro arriva in busta paga, e il fiscal drag — l'aumento di prelievo dovuto a scaglioni non indicizzati all'inflazione — è una scelta di policy, non un esito di mercato: circa 25 miliardi in due anni trasferiti dai redditi da lavoro allo Stato senza alcun voto parlamentare, secondo la stima citata nel blocco "Il problema".
L'obiezione più seria: più laureati significa solo più disoccupati con laurea, se le imprese non li assorbono
RispostaÈ il limite reale della sola leva dell'istruzione, emerso anche nel dibattito sulla proposta Billari: un tessuto produttivo di piccole imprese lontane dalla frontiera tecnologica domanda pochi laureati, e l'offerta senza domanda produce sotto-occupazione qualificata o emigrazione — esattamente il fenomeno che si vorrebbe curare. Per questo la proposta lega esplicitamente l'investimento in istruzione agli incentivi alla domanda di lavoro qualificato (innovazione e crescita dimensionale delle imprese): le due leve funzionano solo insieme, e lo diciamo apertamente invece di promettere che una basti.
Impatto stimato
Chi ci perde
Il bilancio pubblico nel breve periodo, i regimi agevolati
L'indicizzazione degli scaglioni IRPEF rinuncia al gettito "automatico" del fiscal drag (circa 25 miliardi nel solo biennio 2022-2024, secondo la stima Leonardi/Rizzo) e il riallineamento del forfettario riduce un vantaggio oggi goduto da una parte degli autonomi. Non esiste una stima indipendente verificata del costo netto complessivo della proposta: lo diciamo esplicitamente, invece di inventare una cifra. La copertura indicata è il gettito dei temi 01 e 02.
bilancio
Chi ci guadagna
Lavoratori dipendenti e giovani qualificati
Milioni di lavoratori dipendenti e pensionati smettono di subire aumenti di tasse mai votati; i giovani qualificati trovano condizioni d'ingresso misurate ogni anno contro Francia, Germania e Spagna — dove oggi un laureato guadagna, a cinque anni dal titolo, quasi il 60% in più che in Italia (AlmaLaurea). E il paese smette di regalare all'estero l'investimento pubblico in istruzione di chi parte: per i soli giovani emigrati tra il 2011 e il 2023, la Fondazione Nord Est lo valuta in circa 134 miliardi di euro (stima con metodologia propria, citata come ordine di grandezza).

In sintesi: non proponiamo bonus per chi torna né vincoli per chi vuole partire — la libertà di movimento è un diritto, non il problema. Proponiamo di rimuovere le ragioni strutturali della partenza: un fisco che tratta il lavoro dipendente come la base imponibile più facile da spremere, salari reali fermi da trent'anni mentre altrove crescevano del 25-30%, 156.000 espatri nel solo 2024 con 4 laureati ogni 10 che partono. La copertura viene dalle altre proposte di questo sito: chi ha di più contribuisce di più, perché lavorare in Italia torni a convenire.

Glossario minimo: "fiscal drag", "cuneo fiscale", "regime impatriati"
DefinizioniFiscal drag: quando l'inflazione spinge i redditi nominali in scaglioni IRPEF più alti senza che il potere d'acquisto sia aumentato — un aumento di tasse automatico e mai votato. Cuneo fiscale: la differenza tra quanto un lavoratore costa all'azienda e quanto riceve netto in busta paga. Regime impatriati: lo sgravio fiscale temporaneo per i lavoratori che trasferiscono la residenza in Italia dopo un periodo all'estero.

Temi correlati: 01 — Patrimoniale sopra i 50 milioni · 02 — Tassazione delle rendite finanziarie · 05 — Immigrazione: canali legali

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Giorgio Ascolta

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