In una frase: spostare il carico fiscale dal lavoro dipendente verso patrimoni e rendite, investire nell'istruzione e creare condizioni strutturali — non sgravi temporanei — perché restare in Italia torni a essere una scelta razionale.
"Nessuna società può dirsi fiorente e felice se la gran parte dei suoi membri è povera e infelice." — Adam Smith, "La ricchezza delle nazioni", libro I, capitolo VIII (1776)
"Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla sua famiglia un'esistenza libera e dignitosa." — Costituzione della Repubblica Italiana, art. 36, primo comma (in vigore dal 1° gennaio 1948)
I salari reali italiani restano inferiori del 6,1% rispetto al primo trimestre del 2021: secondo l'analisi OCSE ripresa dalla stampa italiana, è il divario più ampio tra le grandi economie dell'area. E non è un incidente recente: sui dati OCSE citati dall'economista Marco Leonardi (Università Statale di Milano, ex capo dei consiglieri economici del governo Draghi), tra il 1991 e il 2023 i salari reali italiani sono scesi del 3,4%, mentre nella media dei paesi industrializzati crescevano del 25% e in Germania e Francia di oltre il 30%; nel solo periodo 2019-2024 l'Italia ha perso circa l'8%. L'occupazione intanto cresce — 24,1 milioni di occupati, un record storico — ma cresce soprattutto dove produttività e salari sono più bassi.
Il carico fiscale aggrava il quadro, in due modi documentati. Il primo è il fiscal drag: con l'inflazione del 2022-2024, scaglioni IRPEF non indicizzati hanno trasferito dai lavoratori dipendenti e pensionati allo Stato circa 25 miliardi di euro in due anni (stima di Marco Leonardi e Lorenzo Rizzo su lavoce.info, citata nella puntata Revolution del 24/09/2025) — un aumento di tasse mai votato da nessun Parlamento. Il secondo è l'iniquità orizzontale: come osserva Giuseppe Pisauro (ex presidente dell'Ufficio Parlamentare di Bilancio), a parità di reddito un lavoratore dipendente può pagare un'aliquota fino al 45%, mentre un autonomo in regime forfettario paga il 15% sostitutivo fino a 85.000 euro di ricavi. Il sistema fiscale, cioè, tratta il lavoro dipendente come la base imponibile più facile da spremere — lo stesso squilibrio documentato nel tema 01 rispetto a patrimoni e rendite.
Di fronte all'inflazione del 2022-23 gli altri grandi paesi europei hanno protetto il potere d'acquisto con strumenti pubblici: la Francia con il salario minimo indicizzato, la Germania alzando i salari pubblici e facendo pressione sui contratti privati, la Spagna con clausole di garanzia nei contratti collettivi; quasi tutti hanno neutralizzato il fiscal drag. L'Italia — con una contrattazione ancora basata sul protocollo Ciampi del 1993, che non prevede il recupero dell'inflazione imprevista, e con scaglioni IRPEF non indicizzati — è rimasta indietro di circa 8 punti di potere d'acquisto (analisi di Marco Leonardi, Revolution 30/04/2026).
Il risultato si legge nei flussi migratori. Secondo l'Istat, nel 2024 gli espatri di cittadini italiani sono stati 156.000 (+36,5% sul 2023): 270.000 nel solo biennio 2023-24, +39,3% sul biennio precedente, il valore più alto dell'ultimo decennio. Chi parte è giovane (età media 32,8 anni) e istruito: tra i 25-34enni che espatriano la quota di laureati è passata dal 38,7% del 2019 al 50,9% del 2023, e nel quinquennio 2019-2023 il saldo con l'estero dei giovani laureati italiani è negativo per 58.000 unità — perdita che a livello nazionale viene azzerata solo dall'arrivo di 68.000 giovani laureati stranieri. Il saldo migratorio complessivo degli italiani con l'estero è negativo per 103.000 persone nel solo 2024, e l'Europa resta la principale destinazione: Regno Unito, Germania, Francia, Svizzera e Spagna assorbono da sole quasi il 55% degli espatri, l'America Latina circa il 10%.
La Fondazione Nord Est stima che tra il 2011 e il 2023 siano emigrati circa 550.000 giovani tra i 18 e i 34 anni, con un saldo netto di -377.000 unità e un valore del capitale umano perso di circa 134 miliardi di euro; e che l'Italia attragga appena il 6% dei giovani europei che si spostano, contro il 34% della Svizzera e il 32% della Spagna.
AlmaLaurea misura anche il perché: tra i laureati magistrali italiani occupati a cinque anni dal titolo, chi lavora all'estero guadagna in media 2.941 euro netti al mese contro i 1.840 di chi è rimasto — il 59,9% in più, al netto però del diverso costo della vita — e il 29,8% di chi è partito indica come motivo la mancanza di opportunità adeguate in Italia.
Non è la mobilità circolare fisiologica di un'economia aperta: è un deflusso netto di età lavorativa e di competenze, in un paese dove la popolazione in età lavorativa (15-64 anni) è prevista scendere da 37,2 milioni nel 2024 a meno di 30 milioni nel 2050 — il 21% in meno, secondo le previsioni Istat — e dove solo il 30% circa dei giovani è laureato, contro il 70% della Corea del Sud. Ogni laureato che parte porta con sé un investimento pubblico in istruzione che l'Italia ha pagato e che un altro paese incassa.
1. Spostare il carico fiscale dal lavoro a patrimoni e rendite. Il gettito delle proposte dei temi 01 (patrimoniale sopra i 50 milioni) e 02 (rendite finanziarie) destinato prioritariamente alla riduzione del cuneo fiscale sul lavoro dipendente, insieme all'indicizzazione automatica degli scaglioni IRPEF all'inflazione, per eliminare il fiscal drag in modo strutturale: nessun aumento di tasse senza un voto esplicito del Parlamento. Non è la scala mobile: si indicizzano gli scaglioni dell'imposta, non le retribuzioni. Il meccanismo abolito nel 1992 adeguava i salari ai prezzi e poteva alimentare la spirale prezzi-salari; qui non si tocca né il salario né il costo del lavoro, si impedisce soltanto che l'inflazione aumenti l'imposta senza che nessuno l'abbia votato. A questo si aggiunge la leva contrattuale indicata da Marco Leonardi: clausole nei contratti collettivi nazionali che consentano di recuperare l'inflazione imprevista anche in vigenza di contratto, come già avviene in Spagna — un aggiornamento di istituzioni ferme al 1993, non una nuova spesa pubblica.
2. Stessa tassazione a parità di reddito. Riallineamento graduale tra il regime forfettario degli autonomi e la tassazione del lavoro dipendente: non punire chi è autonomo, ma smettere di penalizzare chi è dipendente — l'iniquità orizzontale segnalata da Pisauro.
3. Investire nell'istruzione terziaria e nella ricerca. È la proposta avanzata dall'economista Francesco Billari (rettore dell'Università Bocconi): con poche coorti giovani, l'unica strada è renderle più produttive — percorsi di studio più lunghi, insegnanti pagati meglio, obiettivo di portare la quota di laureati verso i livelli dei paesi avanzati. Con una condizione complementare: incentivare anche la domanda di lavoro qualificato delle imprese (innovazione, dimensione, aggregazione), perché l'offerta di laureati senza domanda produce solo disoccupati istruiti o emigrati.
4. Dal rientro agevolato alle condizioni per restare. Il regime "impatriati" oggi offre sgravi fiscali temporanei a chi rientra: utile, ma non tocca le ragioni della partenza. La leva strutturale è rendere competitive le condizioni di partenza — retribuzioni d'ingresso, stabilità contrattuale, finanziamento della ricerca, tempi di carriera — misurate ogni anno rispetto a Francia, Germania e Spagna con un rapporto pubblico.
5. Contratti collettivi veri, non contratti pirata. La seconda parte dell'articolo 39 della Costituzione, quella che darebbe ai contratti collettivi efficacia obbligatoria per tutti, non è mai stata attuata: un'impresa può quindi applicare un contratto firmato da sigle prive di rappresentanza reale, pagare meno dei concorrenti e restare formalmente in regola. I numeri dicono che il fenomeno è marginale nei volumi e pesante per chi ci finisce dentro: dei più di mille contratti depositati all'archivio CNEL, un centinaio firmati da CGIL, CISL e UIL copre il 97% dei dipendenti privati, mentre circa ottocento contratti minori si applicano al 2% dei lavoratori — poco meno di 350.000 persone.
Un primo passo è stato fatto, e va detto: nell'aprile 2026 il CNEL ha riorganizzato il proprio archivio con criteri oggettivi, riconoscendo come contratti nazionali soltanto quelli applicati ad almeno il 5% dei dipendenti di una divisione Ateco — il 3% per i contratti multisettore — misurato sui dati INPS. Il deposito formale non basta più. Ma la classificazione di un archivio non fissa il trattamento economico: quello che manca è ancorare per legge il minimo retributivo ai contratti sottoscritti dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative, criterio che l'ordinamento già usa per singoli istituti e non come regola generale. Non è un salario minimo per legge: è impedire che la concorrenza tra imprese si giochi su chi firma il contratto peggiore.
Introduce criteri oggettivi basati sui lavoratori effettivamente coperti, misurati sui dati amministrativi INPS (Uniemens): è riconosciuto come contratto nazionale quello applicato ad almeno il 5% dei dipendenti di una divisione Ateco, o al 3% per i contratti che interessano più settori. Il documento riporta anche le cifre citate in pagina: circa 99 contratti firmati da CGIL, CISL e UIL coprono il 97% dei lavoratori del settore privato, mentre circa 800 contratti minori si applicano al 2%, poco meno di 350.000 persone.
→ cnel.it — il CNEL approva la riorganizzazione dell'Archivio dei contratti collettiviGli espatri di cittadini italiani: 270.000 nel biennio 2023-24 (+39,3%), 155.732 nel solo 2024 — il massimo dell'ultimo decennio. Da qui anche la quota di laureati tra i 25-34enni che espatriano (38,7% nel 2019, 50,9% nel 2023, Figura 6), il saldo negativo di 58.000 giovani laureati italiani nel 2019-2023 compensato da +68.000 stranieri, e le destinazioni (quasi il 55% degli espatri in Regno Unito, Germania, Francia, Svizzera e Spagna; circa il 10% in America Latina).
→ istat.it — Report Migrazioni 2023-2024 (PDF)Età media di chi emigra (32,8 anni), stima degli espatri 2024 (156.000) e saldo migratorio degli italiani (-103.000 nel 2024), più il caveat sulla legge AIRE 213/2023. Attenzione alla base di riferimento: il "poco più della metà in Europa" di questo report riguarda i 6,4 milioni di italiani già residenti all'estero, non le partenze dell'anno — per le destinazioni dei nuovi espatri vale il report Migrazioni qui sopra.
→ istat.it — Italiani residenti all'estero 2023-24 (PDF)550.000 giovani 18-34 emigrati tra 2011 e 2023, saldo netto -377.000, capitale umano stimato ~134 miliardi di euro (stima con metodologia propria), Italia ultima in Europa per attrattività dei giovani (6% contro 34% della Svizzera).
→ fnordest.it — la presentazione completa (PDF)Retribuzione a 5 anni dal titolo: 2.941 euro netti/mese all'estero contro 1.840 in Italia (+59,9%); il 91,2% degli occupati all'estero lavora in Europa; il 29,8% indica la mancanza di opportunità adeguate in Italia come motivo dell'espatrio — in calo di 1,6 punti sul 2024. Base di riferimento da tenere presente: laureati di secondo livello con cittadinanza italiana e diploma conseguito in Italia, occupati a cinque anni dal titolo (coorte 2020, intervistata nel 2025); non l'insieme dei laureati. Lo stesso documento avverte che sul differenziale incidono il diverso costo della vita e la diversa diffusione del part-time.
→ almalaurea.it — il Focus 2026 su lavoro in Italia e all'esteroNel primo trimestre 2026 i salari reali italiani sono cresciuti dell'1,3% su base annua, ma restano inferiori del 6,1% rispetto al primo trimestre 2021: il divario più ampio tra le grandi economie OCSE. Le serie di lungo periodo (1991-2023: -3,4% Italia contro +25% della media OCSE; 2019-2024: -8%) sono citate da Marco Leonardi nella puntata Revolution del 30/04/2026.
Il confronto è sensibile all'anno base, e va detto: il primo trimestre 2021 era un trimestre di blocco dei licenziamenti e cassa integrazione diffusa, quindi con salari orari medi gonfiati da effetti di composizione. Partendo dal 2019 la perdita risulta più contenuta — lo rileva l'OCSE stessa in nota al capitolo 1 e lo contesta l'Ufficio Studi Confcommercio, che però non nega il problema salariale italiano. Senza bollo perché la scheda-paese in PDF non è stata aperta direttamente.
→ oecd.org — Employment Outlook 2026, scheda ItaliaLa segmentazione del mercato del lavoro: solo il 9,1% degli occupati stranieri in professioni qualificate o tecniche, contro il 39,6% degli italiani.
→ fondazioneleonemoressa.org — Rapporto 2025Fiscal drag (stima Leonardi/Rizzo su lavoce.info), salari reali di lungo periodo e confronto europeo (Leonardi), frattura sindacale e divari retributivi per dimensione d'impresa (Galeone su dati Istat), condizioni del lavoro di piattaforma, iniquità orizzontale della flat tax (Pisauro) e proposta Billari sull'istruzione. Fonte giornalistica di commento e intervista, non un dato primario: le citazioni sono attribuite ai singoli ospiti.
→ pagina del programma su SpotifyIn sintesi: non proponiamo bonus per chi torna né vincoli per chi vuole partire — la libertà di movimento è un diritto, non il problema. Proponiamo di rimuovere le ragioni strutturali della partenza: un fisco che tratta il lavoro dipendente come la base imponibile più facile da spremere, salari reali fermi da trent'anni mentre altrove crescevano del 25-30%, 156.000 espatri nel solo 2024, e tra i 25-34enni che partono un laureato su due. La copertura viene dalle altre proposte di questo sito: chi ha di più contribuisce di più, perché lavorare in Italia torni a convenire.
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